Pensione di reversibilità: che cosa cambia con unioni civili e conviventi, la svolta arriva dopo anni di stallo e dibattito, un tema che è ancora divisivo e l’Italia privilegia il vincolo giuridico.
Il tema della pensione di reversibilità continua a essere controverso, generando dubbi e aspettative, soprattutto in un contesto sociale in cui le forme di unione, al di là della famiglia tradizionale, sono sempre più diversificate. Negli ultimi anni la normativa italiana ha fatto importanti passi avanti nel riconoscimento dei diritti delle coppie, mentre nello stesso tempo, sul fronte previdenziale, il cambiamento è stato più lento.
Nello specifico, l’accesso alla pensione di reversibilità resta legato principalmente all’esistenza di un vincolo giuridico formalizzato, sebbene diverse cose siano cambiate nel corso dell’ultimo decennio. Una prima svolta significativa è arrivata con l’introduzione della Legge Cirinnà, dal nome dell’omonimo deputato Pd, nel 2016: questa ha finalmente dopo un lungo dibattito riconosciuto le unioni civili tra persone dello stesso sesso.
Con questa riforma, il legislatore ha equiparato in larga parte le unioni civili al matrimonio, estendendo anche le tutele previdenziali previste in caso di decesso di uno dei partner. Di conseguenza, il partner superstite di un’unione civile ha diritto alla pensione di reversibilità, al pari del coniuge, almeno nella pratica. Questa scelta è stata confermata anche dalla giurisprudenza costituzionale ed è coerente con i principi europei di non discriminazione.
Il passo in avanti verso l’estensione dei diritti è ben evidente, mentre diversa appare ancora oggi la posizione delle convivenze di fatto. Nonostante il loro riconoscimento sul piano anagrafico e l’evoluzione del diritto di famiglia, la normativa previdenziale continua a escludere i conviventi dal diritto automatico alla pensione di reversibilità. Anche secondo la Consulta, la convivenza non comporta gli stessi obblighi giuridici di assistenza e solidarietà propri del matrimonio e dell’unione civile.
Durante tutti questi anni, non sono mancati tentativi di intervento legislativo per ampliare o ridefinire l’accesso alla reversibilità, ma l’orientamento prevalente resta quello di mantenere il matrimonio e l’unione civile come presupposti fondamentali per la tutela previdenziale. Resta fermo, anche in base alle ultime modifiche o tentate tali, un legame che è davvero forte tra reversibilità e vincolo giuridico formalizzato.
Ci sono casi singoli, ovvero singole sentenze di Tribunale, in cui vi è stato comunque un riconoscimento: in situazioni particolari e ben documentate, alcuni tribunali hanno reso disponibile la pensione di reversibilità anche a conviventi superstiti, valutando elementi come la durata della relazione e la reale dipendenza economica dal partner deceduto. Insomma, se il sistema previdenziale italiano continua a privilegiare i legami formalizzati, qualcosa si muove nell’interesse di tutti.